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Intervista a Ilaria Pedercini: fotogiornalismo ed etica 5

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Ho avuto il piacere di intervistare Ilaria Pedercini, giovane e promettente reporter, per riflettere sull’etica dell’immagine nel fotogiornalismo.

Ilaria, dopo essere stata corrispondente da Milano per Graffiti Press, ora svolge l’attività di freelance. Ascoltare le considerazioni di una giovane operatrice nel settore del fotogiornalismo su un tema così impegnativo, ci dà una visione che non è ancora “distorta” da una certa deformazione professionale.

  • Ilaria: 27 anni, laureata in Architettura, interesse per la fotografia. Cosa vuoi fare “da grande”?

La laurea in Architettura mi ha senza dubbio aiutato ad avere un metodo “progettuale” per affrontare ogni cosa mettendomi a contatto con grafica e comunicazione visiva.

Vorrei restare in ambito fotografico, ho collaborato per un periodo con un’agenzia press di Roma, come corrispondente da Milano, ed ora sono freelancer perché non mi voglio chiudere altre prospettive nel mondo della fotografia.

  • Parlando del tuo rapporto con il fotogiornalismo, qual è stata la molla che ti ha spinto ad interessarti di questa pratica fotografica?

Ti parlo da fotografa con pochissima esperienza nel campo, il mio domani lo vedo nel settore della fotografia ed essendo nella fase in cui “cerco di capire quello di cui voglio realmente occuparmi” mi piace mettermi in gioco nei campi che trovo a me congeniali o che mi incuriosiscono, come quello del reportage.

Dopo essermi documentata brevemente sulla storia del fotogiornalismo e sulle sue tendenze odierne e aver letto qualche testo sulla complicata situazione mediorientale sono venuta a conoscenza dell’agenzia Graffiti e con loro sono partita per la Palestina, la mia prima esperienza vera di reportage.

È andata così.

  • Le tue fotografie (ad es. quelle di Betlemme, Hebron) testimoniano aspetti di vita in zone sensibili del Medio Oriente. Quali di queste immagini sintetizzano meglio, a tuo avviso, la situazione?

Ogni scatto racconta la sua piccola storia, l’intero lavoro stesso nel suo insieme non racconta che una piccola storia. Le immagini di Hebron ad esempio raccontano di una situazione tesa creatasi in prossimità di una manifestazione di piazza dove la gente è scesa in strada per protestare contro l’offensiva israeliana a Gaza.

Cerco di dare molta importanza ad una sequenza di immagini, un’immagine secondo il modo in cui è stata concepita funziona perché si trova in quella posizione, dopo quella precedente e prima di quella successiva, con cui ha sicuramente un legame, che può essere di significato, magari un racconto può avere uno sviluppo diacronico, oppure possono essere aspetti formali a legare le immagini tra loro.

Militari israeliani a Hebron, gennaio 2009 – ph: Ilaria Pedercini

Un’immagine che mi piace molto, che mi sembra funzioni bene è quella, qui sopra, che ritrae tre militari israeliani. Ho scelto di non inquadrare i volti ma la figura intera dal colletto in giù per porre l’attenzione sull’abbigliamento, l’armamento piuttosto pesante e il loro atteggiamento, che si legge dalla postura dei piedi, quasi stessero ad una festa, o ad un ritrovo, con le scarpe mal allacciate che contrastano con il rigore della divisa. Il volto non è importante, perché è come se fossero tutti uguali, sono tutti ragazzi poco più che diciottenni, che si ritrovano a vestire questi panni e questo ruolo.

Però non posso dire che da sola sintetizzi la situazione, forse è solo più comunicativa di altre ecco, ha più forza.

  • Cosa ne pensi della pubblicazione, e conseguente diffusione mondiale, delle foto di bambini uccisi durante gli episodi di Gaza nel 2009?

Credo che il mezzo fotografico si presti ancora più delle parole a nascondere la verità. Questo perché, erroneamente, si tende a percepire ciò che ci viene proposto tramite la fotografia come realtà, quando invece la realtà viene sempre mediata e dal mezzo fisico, la camera, e dal fotografo e dalla sua esperienza, dal suo e unico modo di vedere, c’è sempre connotazione, un’immagine fotografica non sarà mai oggettiva, per quanto ci si possa avvicinare.

Ciò che troviamo sui giornali e in televisione non è che una parte della realtà, il più delle volte scelta accuratamente tra ciò che fa più colpo, di tante immagini vengono spesso scelte quelle più impattanti, trascurandone altre. È vero, tanti bambini sono rimasti vittime delle offensive, ma non c’è dubbio che sia passato poco invece la silente oppressione israeliana nei confronti del popolo palestinese che non riesce a vivere la propria quotidianità a causa di posti di blocco, carceri amministrativi o perquisizioni, una storia di diritti negati che non fa notizia. Si preferisce dare rilevanza ad immagini più forti.

È un modo di documentare se vogliamo sensazionalistico, sarebbe meglio che l’opinione pubblica più che da queste immagini fosse scossa anche da un altro tipo di approfondimento sulla questione sociale e storica che in questa terra sembra essere di difficilissima soluzione.

  • Quali sono i limiti del fotogiornalismo per il rispetto di un’etica dell’immagine?

Credo sia emblematico questo episodio, purtroppo realmente accaduto e riguardante la foto con cui il fotoreporter Kevin Carter ha vinto il premio Pulitzer.

Rappresentava una bambina di quattro anni in Sudan. Lei e la sua famiglia erano rimasti vittime della carestia che imperversava in Sudan durante la guerra civile.
Suo padre era stato ucciso dalle truppe del governo nonostante fosse solo un semplice contadino. Il resto della famiglia aveva sentito parlare di un centro di approvvigionamento viveri a circa 30 miglia dal loro villaggio, e con sua madre e il fratellino maggiore la bambina aveva intrapreso la marcia di 30 miglia verso il centro di soccorso.

Lungo il tragitto sia la madre che il fratellino morirono di fame, lasciando sola la piccola che cercò di percorrere le ultime miglia in un’agonia straziante e solitaria. Raggiunse la stazione di rifornimento in condizioni sconvolgenti, appena in grado di reggersi in piedi, ma le fu detto che il cibo era già finito. Completamente esausta e più sola al mondo di quanto chiunque di noi possa anche solo immaginare, crollò a terra raggomitolandosi in una minuscola forma in posizione fetale. Proprio allora un avvoltoio si posò a terra accanto a lei. L’uccello guardava fisso la bambina, aspettando che morisse.

Kevin Carter che era inviato dell’agenzia stampa Reuters, stette molto tempo, ho letto più di mezzora, ad aspettare che quell’avvoltoio aprisse le ali per rendere lo scatto più impattante, ma questo non avvenne, e se ne andò portandosi a casa quella foto. Poco dopo, la bambina morì. Tante furono le critiche che gli vennero mosse per non aver fatto nulla per aiutare quella bambina. Qualche mese dopo aver vinto il prestigioso premio, era fine giugno del ’94, Carter si suicidò.

Dopo aver visto foto come questa hai sempre la sensazione che l’unica cosa che ti resta è il segno dello schiaffo che t’hanno dato, ma nessun’altra informazione. A questo punto torna in mente Ando Gilardi quando dice: «Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del “diritto all’informazione”» e se informazione non resta, allora resta solo un’altra considerazione di Gilardi: «Come giudicheremmo un pittore con pennelli, tavolozza e cavalletto che per fare un bel quadro sta davanti alla gabbia del condannato all’ergastolo, all’impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, ad un corpo lacerato che affiora dalle rovine? Perché presumi che la borsa di accessori, la macchina appesa al collo e un flash sparato in faccia possano giustificarti?…»

  • Grazie Ilaria per la bella intervista! E voi cosa ne pensate? Scrivetecelo nei commenti!

Clicca Mi piace se hai trovato l’intervista interessante e guarda, subito dopo, l’album street photography di Ilaria.



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There are 5 comments for this post

  1. Davide Macchia scrive:

    grazie ancora e complimenti a Ilaria per la bella intervista! l'etica nel fotogiornalismo e nel giornalismo in genere, andrebbe affrontata tutti I giorni e non solo in scenari di guerra… annoso problema! che ne pensate?

  2. Articolo interessante perché conosco Ilaria Pedercini attraverso le mie peregrinazioni sul web, fotografa che si distingue a mio avviso per il suo modo un pò diverso di presentare le immagini. La Graffiti poi è stata la mia prima scuola di fotografia nel ‘94 :) L'intervista è interessante inoltre perchè sottopone la storia della bambina che tuttavia + o – conoscevo, anche se non così nei dettagli però… dettagli che fanno molto riflettere.

  3. Aldo Feroce scrive:

    Il mondo fotografico è ricco di tante interpretazioni, circa il world press non mi pronuncio , ogni anno stessa storia, le foto piacciono e fanno discutere, si parla della genuinita' delle immagini e soprattutto dell'etica. Ogni fotografo la deve conoscere la sa, purtroppo affermarsi diventa sempre il vero dilemma , per farlo a volte si viola o ci si dimentica. Giovanissima Ilaria in bocca al lupo per iltuo inizio percorso, la strada è lunga mantieni la tua via, non ti perderai mai, Aldo.

  4. grazie mille per questo contributo e i preziosi consigli

  5. Antonio Torkio scrive:

    ho avuto modo e la fortuna di vedere qualche scatto di Ilaria e qua ne ho visti altri che non conoscevo… è sempre un bagaglio culturale che si arricchisce leggendo la fotografia degli altri… brava Ilaria e grazie a david per questa opportunità, saluti a tutti.

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